Camera di commercio italo libica
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Il lavoro è il fondamento di un paese

image005Intervento del Presidente Giangfranco Damiano al Forum economico Italia-Libia (Agrigento - 8 luglio 2017):

L’Italia può contribuire alla stabilizzazione della Libia?

Se dovessimo analizzare ciò che è accaduto in Libia dal 2011 in poi, certamente avremmo subito in evidenza l’inadeguatezza di Paesi e di organizzazioni internazionali, intervenuti per contenere e mitigare i danni all’indomani della caduta del rais.

Le azioni iniziali e le strategie messe in atto sino ad oggi, non hanno portato quasi a nulla, come se in questo massacrante gioco dell’oca mancasse una o più caselle per l’uscita. Sono stati sei anni, non di guerra civile ma di un gioco perverso di fazioni, spesso prive di un quadro politico di riferimento, ma abituate a combattere e non a discutere, a saccheggiare e non a costruire, anni nei quali sono riusciti soltanto a fecondare il terreno ottimale per il terrorismo.

Quanti non hanno capito cosa stava succedendo in Libia? Forse gli stessi che in Siria e ancor più ad oriente hanno contribuito a sollevare il coperchio del vaso di Pandora? 

Nella crisi sotto casa nostra, l’Italia ha tentato di svolgere un ruolo che si è rivelato molto debole, forse schiacciato delle lobbies internazionali o forse per l’incapacità di interpretare lo svolgersi degli eventi o ancora peggio, perché troppo distratta e politicamente impreparata davanti al disastro che si abbatteva sui nostri fratelli libici. Uso il termine di parentela stretta perché la nostra è una Camera mista, che ha condiviso il disastro abbattutosi sia sulle aziende libiche che italiane, oltre che sul popolo. In questo sciagurato periodo, l’unico avvertimento apprezzabile l’ha introdotto l’attuale Ministro degli Interni Marco Minniti, allora Sottosegretario alla sicurezza, quando il 3 maggio 2014, dalle colonne del sole 24 Ore, lanciò un lucido appello: È la Libia la vera emergenza. Abbiamo sei mesi per salvarla.

Oggi siamo qui, parecchio in ritardo, per evitare che questo accada definitivamente.

Ma qual può essere il ruolo delle imprese italiane e la ricaduta possibile su quello che rimane delle aziende libiche?Non si tratta di porre mano solo alla grande ricostruzione, ai grandi affari, all’avvio di partenariati tra imprese dei due Paesi, si tratta, a mio avviso, di ricreare, proprio attraverso il lavoro, anche quel tessuto connettivo di classi sociali intermedie, più interessate a costruire un futuro per i propri figli che a distruggerlo: e costoro rappresentano la maggioranza della Libia.

Imporre soluzioni militari, o ragionare esclusivamente in termini di uno sbilanciamento o forzatura delle forze in campo, tramite “aiuti” esterni, è e sarà sempre inutile e dannoso, e non servirà neppure a rallentare il traffico dei migranti.

image006Oggi possiamo cucire una strategia differente, non centrata principalmente sugli aspetti militari e della sicurezza interna; possiamo ancora pensare che le nostre imprese possano offrire opportunità di lavoro, creare condizioni e occasioni per ricostruire un’economia diffusa? Si tratta di tracciare una traiettoria futura di concreta stabilità soprattutto per i giovani e che non si limiti, come al presente, solo al possesso di un AK47.

Dopo la giusta considerazione di Minniti di tre anni fa, quella di oggi è la prima, la migliore e la più giusta strategia che l’Italia possa mettere in campo. Gli stivali da mettere in gioco non possono essere quelli dei soldati, ma quelli dei nostri tecnici, dei capocantieri… ma anche di coloro che operano nelle istituzioni culturali, scientifiche, in ambito turistico, …: siamo qui per collaborare nell’immaginare per il futuro una prospera Libia. Affinché ciò possa funzionare occorre che si ricreino le condizioni ottimali per quelle imprese italiane, che in questi anni, dal disastro Libia, hanno tratto solo sofferenze e pagato
un prezzo elevatissimo in termini non solo economici.

Le nostre aziende, negli anni passati, hanno impegnato risorse economiche e umane notevoli, ma soprattutto hanno investito in relazioni interpersonali, che si sono trasformate in straordinarie e forti amicizie. Non esiste impresa italiana che non abbia tessuto legami saldi, dove i rapporti creati dal lavoro hanno cementato stima, fiducia e fratellanza: la comunanza di pensiero tra le due sponde è oggi molto più stretta di quanto si possa immaginare.

Ciò sta a significare che abbiamo pronto e disponibile un piccolo esercito, fatto di imprenditori, tecnici e dipendenti, conosciuti, stimati e, perché non dirlo, amanti stregati dalla Libia, sui quali possiamo ciecamente contare.

Ma sono anche quelle aziende che sono inciampate nel silenzio assurdo delle istituzioni italiane: i creditori degli anni ’90 e del 2011 della Libia, per non meno di 800 milioni di euro, impegnati in contratti che superavano i 5 mld di euro, in base alle stime del 2011, per non parlare dei danni subiti dal patrimonio immobiliare, impianti e di attrezzature delle imprese.

Premetto che non si tratta di un problema risolvibile al presente da parte dei libici: è più che evidente che la situazione attuale del Paese non consente l’apertura di tavoli di confronto su questa partita, mentre è necessario che l’Italia attui misure di contenimento del disagio economico che attanaglia e corrode più di 100 imprese italiane. La carenza di atti concreti da parte delle nostre istituzioni, se si eccettua un fragile tavolo di lavoro presso il MAECI nel 2012, ha fatto sì che già alcune aziende, con circa 200 dipendenti, chiudessero i battenti in modo tragico.

Oggi chiediamo con dignità, ma ad alta voce, che il Governo italiano vari dei provvedimenti ad hoc, per alleggerire il più possibile la crisi in atto su queste imprese.Chiediamo che un piccolo passo, nell’immediato, avvenga anche dalla parte libica; non soldi, ma che un team della Banca Centrale Libica possa funzionare da soggetto guida e interfaccia per il riconoscimento e la certificazione dei crediti in essere per le aziende italiane.

Si potrebbe, laddove i crediti fossero ragionevolmente definiti, costruire il prima possibile anche una procedura di compensazione con la collaborazione della NOC e dell’ENI. Per questo motivo chiediamo alle istituzioni governative italiane, l’apertura di un tavolo di crisi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri: si tratta di un comparto che occupa non meno di 2500 dipendenti! Occorre attuare, ripeto, nel più breve tempo possibile misure di contenimento del danno economico per le imprese italiane.

Sottolineo che non si tratta di aiuti, ma di alleviamento da danni causati da “altri”!

Quando la Libia rientrerà nella normalità, e le imprese potranno effettuare direttamente le azioni di recupero, si provvederà a restituire e/o compensare eventuali somme percepite dai provvedimenti economici di sostegno.

Penso che il Governo, e lei Ministro Alfano, comprenda che queste imprese sonopronte anche domattina a rientrare in Libia, e ad essere i collaboratori della ricostruzione di un Paese che sentono un po' anche loro. Chi possono essere i migliori partner, i più affidabili nella fase delicata di ricostruzione della Libia? Questa gente operosa che conosce il paese, e si muove come se fosse a casa sua, il tutto in una preziosa rete di relazioni, la cui costruzione ha richiesto anni.

Saranno i migliori partner anche per quelle imprese che per la prima volta si affacceranno in Libia, perché mi creda, signor Ministro, non sono poche le richieste di aziende che vivono situazioni critiche e che mi chiedono, con frequenza ormai giornaliera, di essere introdotte nell’immediato in Libia, a causa della perdurante crisi in atto in Italia. E potranno essere i migliori partner anche per i grandi gruppi italiani che necessitano di quel tessuto di PMI insostituibile e di supporto ai grandi progetti, a meno che non si appoggino ad altri paesi, com'è successo in passato, ma questa è un’altra storia, che mi auguro non debba ripetersi.

In questo quadro, non scordiamo che l’Italia non è la sola ad essere interessata alla ricostruzione della Libia; altre nazioni, molto più disinvolte, lanciano segnali e iniziative che non possiamo sottovalutare.

In questi ultimi anni sono stati fatti enormi passi in avanti, ma il “sistema Italia” deve ancora maturare una maggiore capacità competitiva e soprattutto eliminare quello scollamento tra il mondo delle imprese e le istituzioni: la questione dei crediti ne è sintesi perfetta. Oggi il “sistema Italia” si misura con una sfida complessa, la Libia, ma le nostre imprese non hanno alcuna intenzione né di arrendersi davanti ad altri paesi - competitors meglio attrezzati e assistiti - né di disperdere il loro patrimonio materiale e immateriale per l’indolenza delle istituzioni italiane.

Noi non smetteremo mai di impegnarci affinché la Libia, grazie al lavoro congiunto di italiani e di libici, possa diventare terra di serenità e di prosperità.


Arch. Gian Franco Damiano
Presidente della Camera di Commercio italolibica